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Parrocchia Mater Dei.
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: Don Orione oggi, 2021, ottobre, p. 2-3.

Raccolte le firme per il referendum che permetterą il suicidio assistito.

UNO, NESSUNO, 750.000

Raccolte le firme per il referendum che permetterà l’eutanasia

 

Un professore di latino e greco si suicidò quando Gaspare Goggi, il Servo di Dio orionino, era studente al Liceo “D’Oria” di Genova. L’episodio suscitò profonda emozione nell’ambiente studentesco. Gaspare, di 18 anni, ne scrisse alla famiglia.

Mentre rimpiango debitamente la fine miseranda di questo mio professore, non posso fare a meno di deplorare questi nostri tempi in cui, sostituita, nelle pubbliche scuole, la religione dalla dea ragione, sostituiti, la verità e il buon costume, dall’errore e dalla corruzione generale, tanto di frequente si ripetono simili casi per parte specialmente di persone istruite, le quali dovrebbero essere di guida agli altri nel ben fare”.

Gaspare colse la ragione scatenante dell’orrendo fatto indicando nella fede l’antidoto per evitare simili morti.

“Il credente, avvezzo a considerare questa vita come un passaggio, sopporta con rassegnazione tutti i mali della vita, i quali vengono alleggeriti dal dolce pensiero di una vita futura, premio alle nostre fatiche di quaggiù.
Invece l’incredulo, per il quale non esiste vita futura, non potendo soddisfare coi beni di quaggiù al proprio cuore, che non può trovar pace e soddisfazione se non in Dio, trova cosa lodevole il suicidio, come ciò che lo libera da una vita odiosa, piena di disinganni. C’è chi vuol vedere nel suicidio forza d’animo: errore mostruosissimo. La forza d’animo sta nel sopportare le avversità della vita, non già nel farsi saltar per aria le cervella con una pistola
[o con una siringa, possiamo dire oggi], come insegnano i filosofanti del nostro secolo, perché questo è un fuggire davanti alle sventure, un liberarsene col modo più abbietto, il suicidio”.

Cosa chiede il referendum

Ha fatto sensazione la notizia del raggiungimento di 750.000 firme di richiesta del referendum per la legalizzazione dell'eutanasia già il 25 agosto 2021. La rapidità con la quale è stata raggiunta la quota di firme necessarie ha sorpreso persino i promotori radicali. Lo slogan suadente del referendum “Liberi fino alla fine” nasconde il suo oggetto, la morte e tutto ciò che significa quando si arriva a chiederla: solitudine, indifferenza, abbandono, cure negate, tacito invito collettivo a farsi da parte...

Il referendum chiesto da 750.000 italiani chiede l’abrogazione parziale l'articolo 579 del Codice penale che oggi sanziona con la reclusione «da 6 a 15 anni» chiunque «cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui». Con l’abrogazione diverrà possibile chiedere l’aiuto di qualcuno o del Sistema sanitario (medici, infermieri, risorse economiche) per porre fine alla propria vita. Si passerebbe da un quadro valoriale e giuridico "dell'indisponibilità della vita" al principio della "disponibilità della vita" all'autodeterminazione individuale. E se la vita è disponibile, per legge, nelle mani dell’individuo in vista del bene (la morte!) privato, chi potrà impedire che sia disponibile, per legge, nelle mani dello Stato in vista del bene comune?

Eutanasia, bella parola per un fatto orrendo

La richiesta di essere liberi di darsi la morte è uno dei frutti della cultura di morte che sta dominando la nostra società. Don Orione, appassionato del bene delle Anime, come si diceva allora, osservava che l’umanesimo ateo e il materialismo “ci hanno regalata la morale del suicidio e la scienza che trae alla disperazione”. Certo, non pensava che si potesse arrivare a farne una legge.

Ignazio Silone confidò in una lettera a Don Orione del 29 luglio 1918: “Ah preferisco essere un materialista incoerente, ché quando, giorni fa, mi intrattenni sui fini ultimi dell'uomo e della società, sentii tanto gelo, tanta desolazione e con terrore m'accorsi (ah! che materialista!) che la mia nuova fede mi avrebbe senz'altro condotto al suicidio appena che un dispiacere un po’ forte m'avesse percosso. Temevo il bivio ed ecco che vi sono sospeso ed ho paura. In certi casi della vita si salva soltanto chi ha un figlio, chi ha un padre, o chi crede in una vita ventura".

Quando parliamo di eutanasia, parliamo di suicidio e non di altro. Mentre la rinuncia all’accanimento terapeutico e la pratica di altre forme per rendere “dolce” la vita fino alla morte alleviandone le sofferenze con le terapie del dolore, con le cure palliative e con il sostegno affettivo e spirituale sono patrimonio della razionalità umana e dell’insegnamento cristiano. Non sono forme di eutanasia.

La vita oltre la morte

Per contrastare il referendum e la voglia eutanasia (suicidio assistito) non basteranno gli argomenti della ragione o del diritto, ci vorrà la professione di fede: “Credo in Dio Padre, creatore del cielo e della terra… nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita… in Gesù Cristo che si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo, siede alla destra del Padre, il suo regno non avrà fine… Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”.

La morte è vista come l’ultima e definitiva vincitrice della vita con cui venire a patti, compreso quello di anticiparla con l’eutanasia. E questo è un atteggiamento largamente diffuso. L’eutanasia non è oggi una sfida controvento o una provocazione di pochi, perché sono largamente maggioritari “quelli che non hanno la speranza” fondata in Dio o, almeno, nelle pur labili ragioni e valori umani. Senza fiducia in Dio, a chi dire, nell’ora della sofferenza o della frustrazione “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”? E allora perché soffrire? “Piuttosto che continuare a fare questa vita, preferisco la morte”, si sfogò un giovane con Don Orione. Questo è l’argomento pratico, sottointeso a volte, di chi vuole la propria morte e di chi vuole la legge sull’eutanasia.

Anch’io, come San Paolo, scrivo a voi, cari lettori: “Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come quelli che non hanno la speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui” (1Tes 4, 13-14).

Con la resurrezione, la vita va verso la Vita. Senza resurrezione, si vive per morire. Con la resurrezione, tutta la vita, e qualsiasi vita, diventa interessante; “gli anni della nostra vita, 70 o 80 per i più robusti” sono un investimento per il futuro e non una “passione inutile” (Sartre). Anche un bicchiere d’acqua o una generosità o un dolore, e persino la morte “avrà la sua ricompensa”, nel senso che faranno parte della vita eterna con Dio.

Ci vuole Dio

“Infelice chi non prega! Egli non ha Dio con sé. Nelle lotte della vita, nelle amarezze, nella povertà, nelle malattie, nell'abbandono degli amici e dei parenti, di fronte alla morte egli è solo... Ogni giorno le gazzette portano nomi di persone che, stanche della vita, vi pongono fine coll'orribile delitto del suicidio. In un momento di dolore, davanti ad una disdetta, trascinati da una passione, non seppero far ricorso a Dio, che avrebbe dato loro aiuto e forza. E qual sarà la loro sorte nell'eternità?

Beato chi prega! Egli è assistito continuamente da Dio, e colla forza che gli viene dal cielo vince le tentazioni, supera le prove. Silvio Pellico, ancor nel fiore della gioventù, d’un tratto è tolto alla famiglia, agli amici, al mondo tutto, a sé stesso, e per dieci lunghi anni è costretto a vivere segregato in una cella... Come poté egli reggere a tanto e sì lungo martirio?  Come poté conservarsi così buono e mite? Silvio Pellico in carcere pregava, e la preghiera fu la sua forza e la sua salvezza. Ardigò senza fede si chiede disperato: Cos’è la vita? E perché non gli apparve che un abisso senza salvezza e senza conforto corre al suicidio. Togliete la fede, e sarà quasi tutta tenebra la vita. Non vi è dolore che la preghiera non riesca a raddolcire” (Don Orione).

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