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Parrocchia Mater Dei.
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Autore: Stefania Falasca

Dalla sua amicizia con i modernisti alla politica del Pater noster l’unica efficace. Dagli inizi a Tortona ai viaggi in America Latina. Alcuni episodi della vita di don Luigi Orione che ne fanno percepire il fascino

DON ORIONE
Il santo dell’imprevisto


Stefania Falasca

No. Proprio non si può rimanere lontani da uno così. E va detto subito: per adottare i suoi atteggiamenti, i suoi gesti inconfondibili, bisognerebbe essere lui, don Luigi Orione... ossia, qualcosa di unico, provvidenziale e, soprattutto, imprevedibile. Già. E diciamo anche questo subito. Perché forse mai come in quest’uomo l’imprevedibilità è andata a braccetto con la santità. Anzi. È stata tutt’uno.
Del resto basta guardare a quell’inatteso che è stata tutta la sua sconfinata vita, da quel 23 giugno 1872 a quel 12 marzo 1940: un mare aperto d’impreviste storie, circostanze e grandi opere, un mescolarsi continuo e sorprendente di pontefici e avanzi di galera, uomini di Stato e poveri cristi, eremiti, politici e derelitti, letterati, orfanelli, santi e stinchi di santi. Neppure lo scrittore più scaltrito riuscirebbe a raccontare tutto, contemporaneamente. Dovrebbe seguirlo su una strada, e a un certo punto tornare indietro a riprendere l’altra, e quindi un’altra ancora. Mentre il protagonista le percorre tutte insieme, senza preoccuparsi di sapere dove andranno a portare. E se con lui la penna è sempre in ritardo e la pagina gli va stretta, c’è sempre immancabilmente qualcosa che è rimasto fuori. E non sono soltanto frammenti. È ancora una vita che continuamente straborda sopra le righe e che lo vede intento come «facchino della Provvidenza» ad aprire porte, spalancare porte, lasciandosi provocare dalla realtà, leggendo e anticipando i tempi con intuito formidabile. In tanti ci hanno pensato a dargli una stretta. Si sono dovuti arrendere al «folle di Dio». «Una delle personalità più originali ed eminenti del ventesimo secolo» hanno detto. Lo scrittore inglese Douglas Hyde, ateo convertito, in una sua celebre biografia lo ha definito «il bandito di Dio», lui «genio della carità», sì, soprattutto perché ha fatto capolavori senza rendersene conto. Quel che è certo è che questo prete dall’aria un po’ goffa, che «ebbe la tempra e il cuore dell’apostolo Paolo, impulsivo e tenace, tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all’ardimento», ha avuto il dono di illuminare uomini senza fede. Qualcuno ha osservato che riusciva perfino a commuovere e a far piangere i preti. Pare sia una cosa piuttosto difficile. La predicazione di don Orione era accompagnata anche da questo miracolo. Non ci resta allora che tentare di tallonarlo nelle strade di quell’imprevisto e chiedere che ci venga incontro, e avvicinarci e lasciarci scaldare al fuoco avvampante di quella carità.


Come il fascino di un vento leggero

Aveva superato brillantemente lo scoglio della quarta ginnasiale all’oratorio di Valdocco. E alla fine di giugno arrivò puntuale, per gli esercizi che dovevano preludere alla domanda di ammissione al noviziato. Ma al termine di quelle giornate, improvvisamente, abbandona la famiglia salesiana. Rimasero tutti increduli: superiori, compagni. Inutile chiedere spiegazioni all’interessato. Non ne forniva. Il fatto è che lui stesso non sapeva che dire. Era una cosa di cui non riusciva a darsi una ragione. Sapeva però, con certezza, che doveva uscire. Confesserà: «Io, che non avevo mai avuto un dubbio sulla mia vocazione a farmi salesiano, proprio in quei giorni mi balenò il pensiero di entrare nel seminario della diocesi». Il 16 ottobre 1889 Luigi Orione entra così nel seminario diocesano di Tortona. E subito, questo chierico tanto obbediente quanto vivace, viene notato per le sue doti, e per il nugolo di ragazzi che all’oratorio gli si affolla sempre più numeroso intorno. Alcuni tra i suoi compagni di seminario lo prendono in giro, qualcuno lo reputa «un po’ strano», «un po’ matto», e quando, il 16 settembre 1893, il vescovo se lo vede arrivare di buon mattino nella sua residenza, ha proprio l’impressione che abbia perso per strada quel «po’» e sia rimasto solo il «matto». Il chierico gli racconta che ci sarebbero una quindicina di ragazzi poveri disposti ad entrare in un collegetto per loro... «Un giorno potrebbero diventare buoni sacerdoti...», avanza. Il vescovo ascolta, perplesso, poi con pazienza cerca di fargli capire che gli sembra una cosa campata per aria, e non certo da realizzarsi così, su due piedi... Ma Luigi, deciso, risolve subito: «Io ho fede nella divina Provvidenza». L’interlocutore adesso comincia visibilmente a perdere la pazienza: «Insomma, che vuoi da me?». «Niente, eccellenza, soltanto la vostra approvazione e la vostra benedizione», ribatte l’altro. «Quand’è così, ti do l’una e l’altra» taglia corto il vescovo, nella convinzione di aver interrotto per sempre l’argomento e di essersi tolto di torno il ragazzo. E invece la Provvidenza aveva avuto il suo gran da fare. La voce si era sparsa attraverso le valli del Curone, della Staffora, del Borbera. Il collegetto, nel quartiere malfamato di San Bernardino a Tortona, viene aperto il 15 ottobre 1893. Non c’è dubbio: quello è il nucleo originario della Piccola Opera. Luigi Orione ha solo ventun anni. Il 13 aprile di due anni dopo è ordinato sacerdote e, nello stesso giorno, a sei dei suoi ragazzi viene dato l’abito clericale. Ecco iniziata l’avventura. Da quel momento, incontri, case, collegi, orfanotrofi, colonie agricole, eremi e istituti, spunteranno senza preavviso. Del resto c’erano di mezzo gli occhi della Provvidenza. Che nel suo caso è proprio tutto: “programma” e “fine specifico” dell’Opera. Ma ci sono di mezzo anche i suoi, di occhi, quelli di un inesorabile cecchino della misericordia di Dio. «Difficile sottrarsi a quello sguardo che, una volta incrociato, non lo dimenticavi più. Ti rimaneva dentro come il fascino di un vento leggero...», scrive Ignazio Silone, parlando di lui, e non è che uno dei tanti pronti a confermarlo. Basta calarsi nelle testimonianze, negli itinerari nascosti di tanti che lo incontreranno nelle strade aperte e impervie del suo apostolato. E di quei personaggi, alcuni illustri, che magari in punto di morte non volevano preti, ma accettavano quello «strano prete». «Anime, anime... Se il Signore mi permettesse di andare all’inferno, in un soffio d’amore vorrei cavarle anche di là». «Anime, anime» è l’anelito che lo porta a supplicare: «Ponimi, o Signore, ponimi sulla bocca dell’inferno perché io per la Tua misericordia la chiuda». In fondo lo aveva chiesto come grazia il giorno della sua ordinazione: «Ho chiesto alla Madonna una grazia particolare: che tutti quelli che in qualche modo avessero a trattare con me si fossero salvati...».


Nel terremoto modernista

All’alba del 28 dicembre 1908, Messina non esiste più. Un terremoto l’ha inghiottita. Resteranno le macerie di chi è rimasto. Don Orione sale sul treno diretto a Messina il 4 gennaio 1909. In quelle rovine di disperazione si getta senza riserve. Chi l’ha avvicinato in quei tempi concorda che se non lo si è visto lì, muoversi in mezzo a quella desolazione, non è possibile capire chi è don Orione. Ma tra le macerie di quel terremoto si trovò ben presto in mezzo ai rovesci di un’altra tempesta.
Nel 1907 la Chiesa, con l’enciclica Pascendi di Pio X e il decreto Lamentabili del Sant’Uffizio, aveva condannato il modernismo. Nel marzo del 1909 si costituisce l’“Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno”, con lo scopo di aiutare le popolazioni colpite dal disastro. Ne fa parte anche un bel nugolo di modernisti, in particolare quelli che facevano capo alla rivista lombarda Il Rinnovamento, scomunicata dall’autorità ecclesiastica. C’erano Aiace Alfieri, Antonio Fogazzaro, del quale era stato messo all’indice il romanzo Il Santo, ed altri esponenti del pensiero cattolico liberale, come il dotto letterato Tommaso Gallarati-Scotti. Don Orione, manco a farlo apposta, li conosceva tutti. Alcuni strettamente. E proprio lì, a Messina, ebbe modo di frequentarli, non mancando di manifestare loro la sua stima e il suo aiuto. E non erano questi i soli modernisti con cui aveva rapporti. Era legato da fraterna amicizia a molti sacerdoti incorsi in diversi provvedimenti ecclesiastici a causa delle loro idee moderniste: Romolo Murri, don Brizio Casciola, padre Giovanni Genocchi, padre Giovanni Semeria, padre Giovanni Minozzi, don Ernesto Buonaiuti. Alcuni erano suoi amici di vecchia data. Nel 1904 scriveva a Romolo Murri chiedendogli un articolo per la sua rivista La Madonna: «Tu mi devi scrivere qualche cosa di bello, tutto pieno della tua fede e dall’anima tua: vorrei che fosse qualcosa come “la Madonna e la democrazia”, o in quel senso; vedi che è un campo vastissimo, e tutta luce e ancora inesplorato. Sarà anche l’omaggio tuo alla Madonna in quest’anno!». Nel febbraio del 1905, mentre stava pensando a un’opera in favore dei minorenni usciti dal carcere, scriveva a don Brizio Casciola: «Tu mi aiuterai tanto; Semeria, Murri, tutti mi dovete aiutare tanto...».
Ma bisogna immaginarsi quale clima di caccia alle streghe era venuto a instaurarsi dopo la Pascendi, e soprattutto dopo l’introduzione del giuramento antimodernista tra i sacerdoti e l’istituzione delle commissioni diocesane di vigilanza sull’ortodossia dottrinale. In quel momento, anche il solo sospetto equivaleva già ad una condanna. I cosiddetti «zuavi in sottana», i tagliatori di teste dei modernisti più accesi per intenderci, non guardavano tanto per il sottile e maneggiavano la penna come una spada, intingendola spesso e volentieri nel veleno. Così anche per don Orione, da monsignor D’Arrigo, arcivescovo di Messina, parte una bella lettera d’accusa che arriva dritta dritta nelle mani del cardinal De Lai, prefetto del Sant’Uffizio. La lettera accusatoria, in cui il prete di Tortona è definito «uomo di mezza coscienza che sa accomodarsi con tutti», viene passata a Pio X, e don Orione viene invitato a presentarsi. Quando Pio X si ritrovò ai suoi piedi lo «strano prete», ne rimase, invece, addirittura commosso. E, per tutta risposta, volle sigillare la sua estrema fiducia nominandolo, niente di meno, vicario generale della diocesi di Messina, cosa che lasciò di sasso il povero don Orione, per il quale quell’incarico avrebbe poi significato tre anni d’inferno nelle fornaci ardenti delle gelosie clericali. Non solo, proprio l’autore della Pascendi lasciò a lui completa libertà d’azione nei rapporti con i modernisti.
Con questa nomina, quel prete ben noto per la sua ortodossia e fedeltà papale, rischia ora di apparire agli occhi di certi modernisti uno zelante, uno che cerca di convertirli, un importuno... E invece no. Lo riconoscono autentico, leale. E non solo, ne ricercano la relazione fraterna, non esitando a gettare nelle sue braccia le loro difficoltà, perfino indirizzano verso di lui anche altri. Scrive a Murri dopo la sospensione a divinis: «Io ti bacio i piedi e le mani sante e benedette... Non ci rivedremo presto, ma ti aprirò la strada; e sarò con te, e starò sempre con te innanzi a Dio». Ed eccolo pronto ad aiutare, con discrezione, a ricucire strappi, a farsi da ponte. Un riferimento, amato e cercato, per tanti preti borderline, sul filo del rasoio, sospesi a divinis, scomunicati e pluriscomunicati. Basta inoltrarsi nella fitta rete di corrispondenza intercorsa tra questi personaggi, per vedere quale stima e perseverante vicinanza, e a quali sfumature di delicatezza arrivò don Orione nei loro confronti, e viceversa. Testimonia Gallarati-Scotti: «Io devo dire che forse l’unica persona che fu larga e comprensiva con chi poteva avere momenti di dubbiezza e di tormento, riguardo a certi problemi critici, in quel momento, fu don Orione [...]. Sentiva questo bisogno di conciliare, ma di conciliare non nella confusione, come avrebbero voluto altri, bensì in una distinzione amorevole, in un calore di amore autentico e di fervida coscienza che è, in fin dei conti, tutto quello che è veramente buono e tutto quello che ha un riflesso di Dio, anche se apparentemente, delle volte, è lontano da Dio. C’è qualcosa nell’anima umana che risponde, al tocco del santo, perché così profondo e così nascosto, ma vibra quando sente la voce di questa carità che parla. Questa è la prima grande esperienza che io ho avuto di lui e che non dimenticherò mai».
Anche Ernesto Buonaiuti non lo dimenticò mai. «Mio amico amato» scrive a don Orione, «il ricordo delle parole che mi hai detto, in ore indimenticabili, è sempre vivo e fruttifero nel mio cuore... Io sono sempre assetato del tuo ricordo. Prega per me, mio carissimo amico». Buonaiuti visse fino alla fine la sua condizione di scomunicato vitandus. Un testimone ricorda: «Diceva Buonaiuti che don Orione gli aveva sempre voluto bene, gli aveva dichiarato di credere alla sua buona fede e di essere sicuro che egli sarebbe morto in modo da salvarsi. Queste assicurazioni, in quell’anima straziata, erano il più grande conforto della sua vita». Don Orione gli fu sempre accanto. Quando gli giunse notizia di essere stato dichiarato scomunicato vitandus, accelerata dall’intervento del padre Agostino Gemelli, in una lettera al senatore Schiapparelli così commentava quell’estrema decisione: «Non era forse il padre Gemelli la persona più indicata a trattare con lui. [...] E poi non è tanto la cultura che ottiene e apre l’animo: un uomo di cuore ci andava, e che alla cultura e al cuore avesse unito umiltà di spirito, sincerità e la scienza di Gesù Cristo. [...] Non è il sillogismo che fa, ma la carità di Gesù Cristo e la grazia del Signore sopra tutto». E fece di tutto per difenderlo, per permettere la sua reintegrazione al sacerdozio, coinvolgendo in questo aiuto anche un suo grandissimo amico: il gesuita padre Felice Cappello, il “confessore di Roma”.


Sante amicizie

Padre Cappello, già, un santo. E non è il primo che s’incontra nello snodarsi inconsueto delle sue giornate. Ed ecco aprirsi un’altra strada dai sentieri imprevedibili e imprevisti: quella delle sante amicizie di don Orione. Un altro fitto intrecciarsi di storie. Un’altra estesissima rete di rapporti e di aiuti reciproci, che sta a documentare anche come, seppure allora molte di queste persone non erano note, tra loro invece si conoscono tutte, si cercano, si vogliono bene. Giusto nel putiferio di Messina aveva avuto al suo fianco Annibale Maria Di Francia. Anche don Umberto Terenzi, il padre dei Figli del Divino Amore, era legato a lui da una stretta amicizia, come lo erano pure don Giovanni Calabria, don Luigi Guanella, il cardinale Ildefonso Schuster, per non dire di Pio X, di don Bosco e di tanti altri poi canonizzati o candidati agli onori degli altari. In questa rete c’è anche Padre Pio. E questa è davvero un’amicizia che lascia sbalorditi, perché queste due anime, che pure si conoscevano tanto profondamente e intimamente, non solo non si sono mai incontrate, non si sono mai neppure scambiate due righe. L’incredibile vicenda, che si svolge nel decennio 1923-33, gli anni della tormenta scatenatasi sul santo di Pietrelcina, è minuziosamente documentata da don Flavio Peloso, postulatore del processo di canonizzazione del prete di Tortona. E vede ancora una volta don Orione far luce sulle ombre morali di ecclesiastici implicati in quella controversa questione, e farsi ponte per riscattare Padre Pio dalle accuse. Leggiamo ancora da Gallarati-Scotti: «Comprensione, comprensione ed intelligenza. Aveva una straordinaria intelligenza. Riusciva a penetrare nel cuore e nella mente degli altri e capiva tutto: capiva le cose impure come le possono capire i purissimi non mai toccati dall’impurità; capiva i tormenti dello spirito e dell’intelligenza, come può chi ha una fede assolutamente pura, tetragona ai dubbi, alle oscillazioni, ferma nella verità vissuta. Ed è questa, direi, certezza di dove poggiare il piede, che ha fatto di don Orione un tramite a molti erranti del suo tempo, e non solo».
Si direbbe il prete giusto per circostanze difficili. Il prete delle bufere, per quel suo muoversi con straordinaria sensibilità e spregiudicatezza e, soprattutto, con delicatezza sulla soglia della casa di Pietro, per quell’ardito quanto prudente e discreto lavoro di comunione dentro la Chiesa stessa. Dunque sorprende, ma non fa meraviglia che nei documenti riservati delle diverse congregazioni vaticane sono stati ritrovati, in fondo alle pagine di questioni scottanti, gli appunti autografi di Pio XI: «Su questo, consultate don Orione. […] Per questo, raccomando, mandate don Orione». La sua, non si può negarlo, è anche un’intelligenza intuitiva, capace di leggere in controluce gli avvenimenti, capace di decifrare i tempi. Dal di dentro. Un esempio tra tanti: la questione romana. Forse non a molti è noto che don Orione fu coinvolto in prima persona nella complessa trattativa tra lo Stato italiano e la Santa Sede che portò ai Patti lateranensi.


La lungimiranza della “sua” politica

Nell’archivio generale della Congregazione orionina è stato ritrovato un documento d’eccezione. È la lettera che di proprio pugno don Orione firmò e inviò il 22 settembre 1926 a Mussolini. Vi si legge: «Penso che Vostra Eccellenza, se vuole, può, col divino aiuto, finire l’amaro e funesto dissidio che è tra la Chiesa e lo Stato. E umilmente la prego, e come sacerdote e come italiano. Trovi una base ragionevole, e proponga una soluzione. Spetta al Governo italiano stendere nobilmente la mano al Vinto».
Questa lettera è un tassello importante per capire la parte da lui svolta nei preliminari e nell’avvio delle trattative stesse. Del resto è documentato che don Orione è stato tra i primi ad intuire, nel 1923, che il nuovo clima politico nazionale avrebbe potuto chiudere la controversia tra Stato e Chiesa, ed è altresì documentato che prese parte alla prima riunione preparatoria, insieme al padre Genocchi, svoltasi in casa dei conti Santarelli a Roma. In questa lettera si è voluta vedere l’espressione stessa della Santa Sede che volle affidare, a un sacerdote di fiducia e di riconosciuto valore morale nell’opinione pubblica, un chiaro messaggio al governo italiano senza impegnare la propria autorità.
Di fatto, non si sa se post hoc o propter hoc, a pochi giorni da quella lettera di don Orione le trattative vennero dichiarate ufficiali ed iniziarono i lavori veri e propri. Il resto è storia nota. Giunse l’11 febbraio 1929, data della storica firma dei Patti lateranensi. L’Osservatore Romano, che dal 1870 usciva listato di nero, quel giorno fu stampato finalmente senza il segno del lutto. Due giorni dopo, Pio XI commentò: «È con profonda compiacenza che crediamo di avere con il Concordato ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio». Questa pagina di storia pare finire così in gloria, con soddisfazione di tutti. Eppure don Orione, che tanto ebbe a cuore la soluzione della questione, non esultò, al momento, più di tanto. Quando seppe della firma dei Patti, baciando la foto di Pio XI, riprodotta sul giornale che portava la notizia, esclamò: «Povero Papa! Quanti dolori ne avrà!». «La Conciliazione si doveva fare» spiegò, «ma non in questo modo. Non mi pare per ora una saldatura che tenga. Io vorrei sbagliarmi, ma vedrete brutti giorni». Per don Orione c’erano, riguardo a certi temi, alcuni punti deboli. Temeva in particolare che Mussolini approfittasse del nuovo prestigio ottenuto per mettere in atto nuovi e ingiusti interventi a danno della Chiesa in Italia. E quel giorno stesso, in una riunione della Congregazione, disse ai suoi sacerdoti: «Quando i fascisti entreranno negli Istituti per prenderci i giovani, il Signore ci ispirerà quello che si dovrà fare». Lo aveva capito subito. Ed è quello che puntualmente accadde. Erano infatti appena cessati gli evviva al Concordato quando Mussolini riprese la politica vessatoria nei confronti delle organizzazioni cattoliche.
Una lucidità, una lungimiranza, certo. Doti per le quali, bisogna dirlo, era ascoltato, oltre che dai papi, anche dai politici. A Roma, nella residenza in via delle Sette Sale, andavano a bussare alla sua porta Gaetano Salvemini, il senatore Zanotti Bianchi, anche quel «pezzo di corda» di Achille Malcovati, grosso personaggio dell’industria ed eminenza grigia di molti politici di spicco. Tanto per citarne qualcuno. Andavano da lui che, diceva a chiare lettere, di programmi politici non s’intendeva e né intendeva occuparsi, ostinato com’era a seguire la “sua”, di politica: «Quella del Pater noster». L’unica efficace. L’unica che non si chiude in confini ed «è pienamente realizzabile», precisava. L’unica per la quale era disposto anche a varcare l’oceano. Dopo il terremoto in Sicilia e quello nella Marsica del 1915, affondando le braccia e il cuore nelle macerie delle miserie umane, non aveva nascosto il suo desiderio d’imbarcarsi missionario per le Americhe. Un giorno questo suo desiderio lo aveva confidato allo stesso Pio X, e questi, per tutta risposta, lo aveva spedito di filato nella “Patagonia romana”, la periferia abbandonata ad est di Roma. Ma venne il giorno in cui partì.


Cose dell’altro mondo

Per l’America Latina salpa il 24 settembre del 1934.
A dire il vero ci aveva già messo piede nel ’21. E neanche là era passato inosservato questo prete non catalogabile, intraprendente, dai toni a volte esplosivi, che non usa mezzi termini quando si tratta di denunciare i soprusi e l’ingiustizia sociale e predica che la vera rivoluzione si fa in ginocchio di fronte al tabernacolo.
In Brasile aveva lasciato attonito il clero locale con la sua “pastorale dei negri”. Ancora una volta aveva solo anticipato i tempi. Ad insistere perché andasse era stata una sua figlia spirituale: madre Teresa Michel, una “pazza” come lui. Temibile concorrente in fatto di fede nella Provvidenza, e alla quale don Orione era riconoscente per aver ricevuto consigli e conforto in circostanze difficili.
Questa volta, sulla poppa del “Conte Grande” che lo porta in Argentina, c’è anche il futuro Pio XII, là diretto per il Congresso eucaristico internazionale. Il cardinale Pacelli, durante la traversata, aveva trovato occasione per manifestargli la sua stima. Don Orione conosceva bene suo fratello, l’avvocato Francesco, che aveva preso parte alle trattative ufficiali del Concordato. Ma “il confessore del Conte Grande”, come lo avevano ribattezzato sulla nave, schivo ai trionfi, giunto a Buenos Aires tiene gli occhi spalancati su un panorama enorme di miserie. Ricorda don Dutto: «Ricomincia a frugare nei tuguri, negli angiporti, in quartieri malfamati, per trovare storpi, menomati, incurabili, alcolizzati, dementi: li elegge a suoi padroni, ne lava con le sue mani le piaghe, li serve». In via Carlos Pellegrini a Buenos Aires, nella casa, donatagli da una nobildonna, che condivideva con un ex prete, un bambino sordomuto scortato dalla sorella malata e dalla madre vedova, manco a dirlo, viene a bussare alla porta un sempre più fitto e diversificato drappello di gente: poveri diavoli, ricchi proprietari terrieri, professionisti, religiosi, ufficiali. Nel ’36 vi ospita Jacques Maritain, tiene contatti con l’arcivescovo Copello, col nunzio, anche col capo di Stato. I suoi noviziati, le sue case si aprono uno dietro l’altra, così, come sempre fioriscono le opere che lascia dietro il suo passo: un gesto concreto, una risposta immediata, un’intuizione, un incontro fortuito, una circostanza rocambolesca, e si realizzano con i soldi che sembrano uscire direttamente dalla barba di san Giuseppe e dalle tasche di quei ricchi che, fiduciosi, non esitano a mettere il loro denaro al sicuro nelle sue tasche bucate. In quella terra di ampi spazi e vasti orizzonti, sembra averci messo le radici e a nulla valgono gli inviti a tornare che dopo un po’, sempre più insistenti, gli giungono dall’Italia. Lui imperterrito continua ad aprire porte. Chiede ancora personale. Il buon don Sterpi, all’altro capo dell’oceano, lasciato a dirigere la Congregazione, non sa più da che parte mettere le mani, e lo supplica, lo scongiura di tornare. Oltretutto cominciano a spirare venti di guerra, e ci sono grane col vescovo di Tortona. Alla fine, esaurita ogni sorta di convincente argomento, gli scrive: «Quantunque le vostre lettere mi siano arcicarissime, vi prego di non scrivermi più, perché dandomi notizia di sempre nuove case, voi mi ammazzate». In tre anni percorre una distanza dieci volte superiore a quella tra l’Italia e l’Argentina, «pregando il Signore di moltiplicare le Sue opere», in un continuo immergersi nella realtà che non conosce ostacoli: «Ne avessi cento, mille di braccia e arrivare là dove nessuno vuole», e dare vita e vita ancora a quel fuoco che indomabile gli brucia dentro. L’Argentina non lo dimenticherà più.


Un prete e basta

Al porto di Napoli rimette piede nell’agosto del ’37.
Di ritorno dalle Americhe lo invitano a parlare. Del resto non aveva alcuna intenzione di nascondere le opere della Provvidenza. Allergico agli onori, nascondeva, invece, per quanto dipendeva da lui, la propria persona. Durante uno dei suoi interventi, nell’Aula magna dell’Università Cattolica di Milano, è costretto ad ascoltare l’oratore ufficiale che snocciola le sue benemerenze. I vicini lo vedono coprirsi il volto con le mani, agitarsi sulla sedia, quasi stesse subendo una tortura. E, senza la minima ostentazione, con tutta la veemenza del suo carattere impetuoso, ad un tratto sbotta: «Ma che don Orione, che don Orione contadino di Pontecurone! Non gli credete! Non gli credete!».
Un’altra volta, all’inaugurazione dell’istituto San Filippo a Roma, gli tocca lo stesso supplizio. Raggomitolato in terza fila, aggrondato, sente le espressioni che il senatore Cavazzoni impiega per tessere il suo elogio. Si guarda attorno per esplorare se c’è una via di fuga. Niente da fare. Folla strabocchevole, è presente anche il presidente del Senato, accanto a lui il cardinal Salotti e numerose autorità. Alla fine, viene chiamato sul palco. La voce tradisce la timidezza sincera e lo sforzo di ricacciare in gola parole poco opportune, così inizia: «Io non so parlare. Io non so che fare pasticci... e sono certo che di tutti i preti qui presenti non ce n’è uno più peccatore di me». E poi rivolgendosi all’oratore: «Mio caro senatore, ma chi le ha detto tutte queste sciocchezze sul mio conto?». E alzando quindi la voce in modo da essere inteso: «La verità è questa, e voglio sia viva e presente a tutti, ch’io non sono il fondatore di niente! Io non c’entro proprio niente!». E siccome torna fresco fresco dall’Argentina, ricorre allo spagnolo di san Giovanni della Croce: «Nada! Nada!... Che se ho dovuto girare mezzo mondo, fino alle lontane Americhe, è perché così si fa con uno scimmiotto e con un macaco qualunque».
Non così invece quando si tratta di addossarsi qualche manchevolezza, per questo era pronto a farsi avanti, riconoscendo anche pubblicamente i propri torti. Chiariva: «Se qualche cosa di buono c’è nella Piccola congregazione è tutto opera e bontà della divina Provvidenza. Se vi è qualche cosa di difettoso e di storpio è tutta roba mia, robaccia mia, e forse anche di qualcuno di voi, o miei cari figlioli». Se le lodi lo ferivano, anche le ingiurie però, ma queste le prendeva come un bene. Riferisce don De Paoli: «Un suo figliolo, al momento di abbandonare la Congregazione, lo ricoprì di insulti e villanie. Ero presente. Don Orione volle dargli del denaro, lo abbracciò con tenerezza, lo baciò con affetto in fronte, gli augurò ogni bene e volle che noi pregassimo per lui come per un benefattore».
In calce a una fotografia che lo immortala durante l’arrampicata al monte Soratte, mentre è diretto a visitare i suoi eremiti in groppa a un asino, scrive: «Lui e io siamo due». Tanto per ricordare, con la sua schietta ironia, che non si teneva in nessun conto. A Tortona, intanto, le acque sono di nuovo agitate. Il vescovo si lamenta. Malignità, pettegolezzi, accuse, calunnie. Ancora ostilità e tormenti. A un amico a Roma manda un biglietto: «Io perdono a tutti e sono ben contento d’essere lontano dalle mene e dal putiferio di Tortona. I miei sacerdoti pregano, tacciono e attendono con me, fidentes in Domino... I nemici mi cavino pure gli occhi; basta mi lascino il cuore per amarli...». Un suo religioso, a cui aveva dato incarichi di fiducia, gli scrive una lettera «brutta e mendace». Ci rimane male. Don Cribellati lo interpella per adottare provvedimenti. Don Orione risponde: «Niente... Per queste persone: a) si prega Dio; b) si perdona; c) si ama».

«La nostra carità è un dolcissimo e folle amore di Dio e degli uomini che non è della terra», aveva scritto andando in Argentina. Da lì a qualche anno il suo cuore comincia a fargli degli scherzi. Nel ’39 ha un grave attacco di angina pectoris, nel febbraio del ’40, un altro. L’8 marzo, a Tortona, nella Casa madre, chiede gli ultimi sacramenti e saluta tutti con l’ultima “buona notte”. Il giorno seguente parte per Sanremo, sapeva che non sarebbe più ritornato, andando incontro alla morte come per aprire un’altra porta: «Gesù, Gesù.... vado». E questo in fondo è lo scherzo più clamoroso che il suo cuore ci abbia giocato: per parlare di lui bisogna necessariamente aprire ad un Altro. Mirabile è Dio nei suoi santi. Quanto a se stesso, nell’epigrafe scolpita sulla sua tomba, è inciso: Aloysius Orione Sacerdos. Te Christus in Pace. Nient’altro. Sacerdos.
Ecco, l’unica cosa che avrebbe forse accettato di sentirsi dire, quello che semplicemente è, ed è stato: un prete, e basta. Che san Luigi Orione ci perdoni.

 

 

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